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Riferimenti
Bibliografia

:: I mattoni

Il mattone in “ladiri” o “ladri”, come viene chiamato a Selargius, non è codificato, intendendo con questo termine che non esiste un’unica tipologia di mattone fatto di terra cruda, ma le sue dimensioni e la sua composizione variano a seconda del luogo e del momento storico in cui è stato fatto.

  “L’uso del mattone crudo è molto antico e citato nella Bibbia. Mattoni di paglia e argilla erano prodotti in Egitto prima dell’esodo degli Ebrei (Esodo, 5,7); furono impiegati in Grecia (Martin, 1965) e anche dai romani in età repubblicana. La rarità dei reperti archeologici dipende, quindi, dalla sostituzione dei mattoni in crudo avvenuta nei periodi successivi (Lugli, 1957, I). Vitruvio trattava diffusamente delle argille e dei mattoni crudi (De architectura, libro II, cap. III): devono essere confezionati in primavera o in autunno e seccare per una stagione; è bene metterli in opera dopo due anni perché la parte interna abbia il tempo di divenire del tutto arida.”

Volendo inquadrare tutta la produzione in ladiri nella sua tipologia più frequente si può genericamente dire che esso ha dimensioni 10 x 20 x 40 cm  e  si ottiene dall’essiccazione di un impasto di terra e paglia.

Per quanto concerne le dimensioni queste erano generiche e non obbligate, ma rispecchiavano tutte la proporzione di 1:2:4.

  Il tipo di terra cruda utilizzata era differente a seconda del paese in cui i mattoni venivano realizzati; quelli di Selargius  avevano un colore castano scuro, mentre, ad esempio, quelli di Sardara avevano una gradazione sul rossiccio.

   Si   può  provare   a  scrivere   una   successione  delle  fasi  che  portavano   alla  realizzazione di un mattone in terra cruda:

Veniva fatto un mucchio di terra di forma tronco piramidale dell’altezza di circa un metro dal quale veniva di volta in volta estratto il quantitativo di materiale per un mattone;

1. Si eseguivano nel mucchio dei fori in cui veniva inserita dell’acqua e si lasciava riposare il tutto per una notte;

2. Si impastava il fango così ottenuto con la paglia di grano, quando l’impasto era di un quantitativo notevole venivano utilizzate pale e, talvolta, anche i piedi;

3. L’impasto (sciòfa o impastu) veniva poi disteso (l’azione veniva detta “su sterri”);

4. Successivamente si recuperava, con un utensile chiamato “ciffu”, il quantitativo di ladiri necessario per la realizzazione di un unico mattone;

5. Si inseriva in 2 o 3 volte il materiale recuperato con “su ciffu” all’interno de “su sestu”; il porre il materiale in diverse fasi era dovuto semplicemente al fatto che, in tal modo, il ladiri veniva maggiormente costipato e il mattone aveva successivamente un’uniformità superiore.

Di fondamentale importanza era il lavaggio de su sestu prima dell’utilizzo, esso doveva, infatti, essere liberato da tutti i residui che poteva avere lasciato la realizzazione del mattone precedente; 

6. Si lasciava asciugare il ladiri all’interno de  su sestu per qualche ora;

7. Si toglieva il mattone, ormai solidificato, da su sestu e lo si stendeva su del terriccio precedentemente sparso sul terreno;

8. Dopo avere trascorso una notte in tale posizione il mattone veniva posto di coltello;

Successivamente esso era pronto per essere posto in opera.

Naturalmente le fasi descritte precedentemente sono molto generali, esse subivano variazioni a seconda delle condizioni climatiche (col cattivo tempo il periodo di stagionatura era sicuramente superiore), del ladreri che le eseguiva e del luogo in cui venivano fatte.

Il muro esterno veniva solitamente lasciato senza intonaco, testimonianze simili se ne hanno diverse all’interno del contesto selargino, mentre i muri interni venivano quasi sempre intonacati.

L’intonaco era di due tipi, di calce o dello stesso materiale della muratura, ma con una diversa consistenza. A Selargius  solitamente veniva utilizzato “su pruineddu”, calce idrata che veniva acquistata nelle cave, per ottenerla si faceva cuocere il calcare, successivamente il residuo veniva messo a reagire con l’acqua e si otteneva una calce molto forte;  esistono anche casi in cui su usava il fango stesso, impastato, però, con meno paglia rispetto a quella presente nei mattoni.

Is sestus erano realizzati in legno, con assi dello spessore di 2-3 cm. Erano costituiti da un parallelepipedo privo delle due basi, la cui superficie laterali poggiata sul piano del battuto, delimitava il volume dei conci. Alle mezzerie delle superfici esterne delle facce minori erano disposte  due anse, in pelle o in legno, is manigas, necessarie ad afferrare su sestu e sollevarlo, a rasatura ultimata.


 

Altro elemento dell’abitazione fatto in mattoni di fango era il forno, ma i mattoni avevano altre dimensione ed altra forma, essi venivano chiamati “ladireddusu” e avevano dimensioni tali che la base maggiore era di 18 x 10,5 cm,  quella minore di 12 x 8,5 cm e l’altezza di cm 20. 

La costruzione del forno veniva fatta senza l’ausilio di centine ed i conci restavano in equilibrio per effetto del mutuo contrasto orizzontale dei conci dello stesso livello, della malta e del peso proprio.

 


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