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Descrizione dell’edificio
La tipologia edilizia
I vantaggi della terra cruda
Storia di Selargius
Notizie storiche
I passaggi di proprietà
Interventi di recupero sull’edificio
La divisione della casa a corte

I principali elementi di fabbrica
Le fondazioni
Il prospetto
I mattoni
La pavimentazione
Gli affreschi
L’impianto elettrico

Progetto di recupero dell’edificio
Il degrado sul prospetto
Il degrado negli interni
Il degrado delle coperture
Il recupero degli infissi

Riferimenti
Bibliografia

:: Il tipo edilizio della casa a corte e la costruzione in mattoni di terra cruda

L’edificio di cui si tratta in questa tesi è situato nelle immediate circostanze del centro storico di Selargius (con il nuovo Piano Regolatore esso dovrebbe entrarne a far parte), e rappresenta uno dei pochi esempi di case in ladiri rimanenti nel paese.

Questi edifici non sono rarissimi nel territorio del Campidano di Cagliari (l’immagine successiva ne evidenzia la diffusione), anche se negli anni ottanta, con  la grande espansione edilizia, molti sono andati distrutti per lasciare spazio a strutture più remunerative.

1.   L’immagine di Le Lannou rappresenta la distribuzione delle diverse tipologie edilizie della Sardegna. Si tratta fondamentalmente di 5 tipologie edilizie e fra queste, indicate con il numero 1 e con il simbolo di un rettangolo con sopra al centro una mezza circonferenza, è indicata la tipologia della casa campidanese in ladiri.

 

Negli ultimi anni una maggiore consapevolezza dell’importanza del patrimonio culturale ed artistico del paese  sta facendo rivalutare questo tipo di abitazioni che, anche a livello ambientale, offrono dei notevoli vantaggi. “I componenti edili in terra cruda sono traspiranti, igroscopici, permeabili al campo elettromagnetico naturale, esenti da fenomeni di accumulo di elettricità statica, molto resistenti e con buone capacità strutturali. La terra cruda è una risorsa abbondante e riciclabile, il suo utilizzo non è inquinante e comporta consumi energetici molto ridotti o quasi nulli. Gli elementi in terra cruda dismessi si riconvertono velocemente in terra viva che può riacquisire le sue caratteristiche biologiche, di conseguenza essa costituisce il materiale da costruzione più ecologico e di minor impatto ambientale.”

 

Proprio per la maggiore consapevolezza odierna della bontà di questo materiale e dell’importanza della rivalutazione del passato, è nato a San Sperate, un centro del Campidano poco distante da Selargius, un museo denominato “Museo del crudo”, in cui è possibile vedere e toccare con mano il modo ed i materiali con cui è fatto il ladiri. Nello stesso paese esiste una cooperativa, chiamata “Terra”, dove vengono svolti corsi per donne che otterranno la qualifica di “Addetto alla lavorazione del mattone crudo” e di “Addetto al recupero e restauro dell’Architettura in Terra”; ancora in questo ambito “…un consistente gruppo di comuni hanno deliberato di addivenire ad un accordo di programma teso al recupero e rilancio dell’universo della Terra Cruda della Sardegna, con l’obiettivo di promuovere modelli di pianificazione e gestione dei centri storici, progetti integrati di recupero e riqualificazione, itinerari integrati, programmi di infrastrutture atte a promuovere occupazione, promozione di impresa e di segmenti di mercato e gestione dei beni culturali e ambientali del territorio, nonché la

predisposizione di una forma consortile o societaria da individuare quale soggetto operativo definitivo per le attività di cui sopra”.

La tipologia dell’edificio studiato è quella delle case a corte, fatte con un materiale, su ladiri,  che è tuttora presente nelle abitazioni di un terzo della popolazione mondiale. Di questi edifici Selargius era veramente ricca: “Nel Dizionario del Casalis (1849) risulta che nel 1845 il paese aveva 2638 abitanti (uomini 1296, femmine 1342) e pochi centenari, riuniti in 610 case, fatte di mattoni di fango impastata a paglia (ladiri), con cortile, davanti e dietro. Ogni anno nascevano, in media, 86 bimbi, e morivano 50 persone circa.”

Mappa di Selargius risalente alla metà del XIX secolo, in rosso è delimitata la dimensione all’epoca dell’edificio in questione. (Archivio Storico di Cagliari)

E’ bene, innanzitutto, definire la composizione di questo materiale e la sua origine. Osvaldo Baldacci, nel testo "L'ambiente geografico della casa in terra in Italia", scrive: ” … il mattone crudo, è riconoscibile in Sardegna nei molti esempi di case tradizionali: il mattone crudo è un impasto di piccole pietre, sabbia, limo e argilla, miste a paglia, inserito in piccole casseforme per lo più rettangolari, e quindi lasciato seccare ed asciugare al sole.

Nella terminologia internazionale è conosciuto come "Adobe", nome di derivazione araba, in seguito adottato anche nella penisola iberica.

Materiale legato a diverse tecniche costruttive e a diverse regioni del mondo: dalla Danimarca, alla Francia, all'Africa, Cina, Stati Uniti, America Latina, etc.

Ma l'impiego delle tecniche di costruzione in terra era ampiamente diffuso in tutta Italia, e le testimonianze archeologiche e documentarie riportano indicazioni relative all'uso fattone nell'antichità classica dai Romani, o ancor prima dagli Etruschi.” (In proposito si veda il paragrafo 1.7.3, “I mattoni”,  sulla composizione del ladiri e sulla sua origine).

Si è detto che la tipologia dell’edificio è della casa a corte, per dare una descrizione di essa si riportano le  parole di M. Le Lannou:  “La casa  del sud è  la più complessa della case rurali di Sardegna.   L’abitazione   si apre sulla via con un largo portale talvolta rettangolare, più spesso sormontato da un arco ribassato e semicircolare. Talvolta, una piccionaia monumentale corona l’architrave. Il portale è l’unico ingresso della abitazione. Dà su un cortile di forma quadrangolare, completamente circondato da costruzioni o da muri. La casa d’abitazione è sul lato del cortile opposto al portale. E’ preceduta da una loggia formata da un tetto a spiovente sostenuto da pilastri di legno o di mattoni. Su uno o più lati del cortile vi sono delle costruzioni sommarie, spesso aperte anch’esse sul cortile come la loggia: sono i ripari per i buoi da lavoro, per il carro e gli utensili, per la provvista di legna, per il forno, per il

mulino rustico e per l’asino che lo fa girare. Quando questi ambienti s’addossano al muro che bordeggia il cortile dalla parte della strada, il portale dà accesso ad una specie di tunnel che forma come un’entrata monumentale.

Nel cortile non manca mai il pozzo, spesso all’aperto… Sulla loggia si aprono le porte e le finestre dell’abitazione propriamente detta. Le stanze interne prendono luce solo di qua, e tutte danno sulla loggia, con porte a vetri o con una finestra”.

Dal punto di vista strutturale la casa a corte presenta delle forti analogie con edifici etruschi e romani, tali da far ritenere fondata l’ipotesi che esse costituiscano un elemento di continuità rispetto a quest’ultime.

“Caratteri positivi da poter mettere a confronto con le costruzioni li troviamo però chiaramente delineati nel tipo ben noto di casa  etrusca, quadrata, col cavaedium centrale. O, meglio, più che alla casa etrusca vera e propria, la casa sarda s’avvicina al tempio etrusco, a recinto chiuso, e con le celle a tergo: libera trasformazione, questa, del tempio greco che con quello etrusco aveva un’inscindibile rispondenza e un’identità d’impostazione.

E si avvicina di più alle linee etrusche perché è povera di linee architettoniche ed ha in comune l’uso della carpenteria, ottimo coefficiente di certe  forme architettoniche...

Ma delle analogie si possono ritrovare anche nella domus romana, infatti in essa, come in genere nelle dimore dei popoli antichi, vi erano  poche aperture sulla strada, molto spesso la sola porta d'accesso”. 

Sicuramente la tipologia a corte, come detto in precedenza, ha origini remote, ma l’influenza diretta verso la casa “nostrana” si è avuta in seguito alla dominazione spagnola, “...la cultura costruttiva della Sardegna spagnola ottiene un significativo livello di coerenza e di qualità in molti tra i più importanti contesti rurali. Fondamentale appare, innanzitutto, il grande comparto delle architetture in terra cruda: alla fine del ‘600 almeno un terzo

dell’edilizia regionale è costruita con le tecniche del ladiri, il ladrillo spagnolo. L’utilizzo di questo materiale è certamente ben più remoto, ma il complesso delle tecnologie connesse ha conservato fino a tempi recentissimi una inconfondibile continuità con le corrispondenti strumentazioni della Spagna continentale. A riprova di ciò stanno le dimensioni unificate del ladiri, le modalità omogenee della messa in opera che dà luogo a murature dello spessore di circa 40 cm, dimensionate in origine per il solo piano terra, ma rivelatesi in seguito perfettamente capaci di sopportarne un altro superiore. Se l’apparecchio murario è l’arte in ultima analisi meno “specialistica” del manufatto edilizio, altri elementi presuppongono mestieri a più alto contenuto tecnologico”.

In particolare una descrizione relativa alle case tipiche selargine fatta da Efisio Cordeddu dice: “ La casa dei selargini, in genere, era formata da due o tre stanze (aposentus) a piano terra, prive di finestre,  con porta di accesso dal cortile.

Le camere erano buie; la poca luce era filtrata e il sole penetrava raramente nelle stanze perché protette dal loggiato.

La costruzione della casa poggiava su fondamenta in pietrame fino all’altezza di circa 80 cm, con uno zoccolo che fuoriusciva dal piano di calpestio, al massimo per 50 cm. Tutti i muri erano realizzati in mattoni crudi (ladri).

Lo scavo per la costruzione era fatto a trincea e veniva colmato con pietrame misto a malta di fango fino a realizzare uno zoccolo. La zoccolatura aveva la funzione di proteggere le fondamenta dalle piogge e dall’umidità.

Era eccezionale la costruzione del piano superiore. Anche i pavimenti venivano realizzati con lo stresso impasto dei mattoni crudi; le pareti, qualche volta, erano intonacate con argilla mista a paglia; il tetto veniva realizzato

con tronchi di ginepro o filirrea e incannucciato, ricoperto di terra argillosa e con coppi (tegole di terracotta).

Una stanza era riservata ai genitori, quale camera matrimoniale (domu ‘e lettu); l’altra ai figli che dormivano per terra, su giacigli di stuoia, di paglia o fogliame di asfodelo (cardilloni) sistemato in sacconi. Raramente i giovani disponevano di un letto o una brandina,  con fondo di sacco.

(…) Is principalis, is arriccus, cioè i cittadini agiati,disponevano di alloggi più accoglienti, spaziosi e ben arredati; comunque, anche questi erano privi delle elementari comodità per la pulizia e l’igiene, anche personale.

Nelle abitazioni, ricche o povere, non mancava la lolla, che è l’emblema, il segno dominante delle case campidanesi e con essa, essendo inserita in un villaggio dedito all’agricoltura, non mancava la corte colonica, delimitata dalle stanze con orientamento sud, sud-est.

Sa lolla è formata da un tetto spiovente sorretto da colonne di legno di ginepro zinnibiri o fillirea arridili; l’incannucciato veniva legato con steli di giunco intrecciati “sa marredda” e la copertura era fatta di tegole. Alcune case avevano il loggiato chiuso a muretto basso, lolla a muredda, compreso fra i pilastri di sostegno della copertura.

Le lolle si realizzavano in vari stili, ma sempre ad archi aperti e con mattoni di terracotta; il loro orientamento aveva lo scopo di ridurre al minimo il raffreddamento delle stanze, dovuto ai venti dominanti e mitigare i calori estivi.

Sul loggiato si aprivano le porte di accesso alle camere e, ove esistevano, ma molto raramente, le finestre.

Nei tetti incannucciati dei loggiati, attaccato ad una traversa, non mancava il nido delle garrule rondini.

Era piacevole vedere nelle soffitte delle lolle, appesi ai chiodi fissati nelle traverse del tetto, come in un pergolato “spampinato”, pendere i grappoli d’uva, (…).

Ai lati del cortile erano realizzati i locali di disimpegno per il deposito degli attrezzi agricoli, dei carri, ecc.; vi era anche lo spazio per il forno, la stanzetta con la macina sa mola per la sfarinatura dei cereali, soprattutto grano raramente orzo e mai avena.

Il cortile “pratza”, era il luogo in cui si consolidavano i rapporti sociali della famiglia, della parentela, del vicinato e degli amici.

Nelle case dei proprietari terrieri esistevano due cortili (sa pratza manna, e sa pratza bona); la prima era anche chiamata pratza de stravingiu. O de is loris, o de su bestiamini e si trovava appartata dietro le camere dell’abitazione, ove erano sistemati gli attrezzi da lavoro e il ricovero delle bestie; sa pratza bona, la corte colonica di riguardo, era destinata esclusivamente all’attività della famiglia.

(…) Tutte le abitazioni erano chiuse e, all’interno di esse, senza far trasparire nulla all’esterno, si svolgeva la vita e l’attività del focolare domestico.

L’interno dell’abitazione era visibile dalla strada tramite l’androne (su procciu) che dal passo carraio immetteva nel cortile.

La pianta di limone e il pergolato della vite su barrali facevano anch’essi parte e bella mostra della casa contadina.

Indistintamente, in tutte le abitazioni, su muntrolonaxu o su muntronaxu, faceva parte della struttura domestica e svolgeva funzioni indispensabili. Questo era utilizzato come spazio per i fabbisogni fisiologici perché mancavano le latrine e i pozzi morti; serviva anche per l’accumulo di tutti i vari rifiuti domestici. In quest’accumulo di materiali frugavano tutti gli animali. Su muntrolonaxu era sistemato sotto s’imbragu; questo consisteva in una impalcatura di pali di legno rustico che coperta dalle fascine di legnatico e nascondeva, in parte, la visione.

  (…) Nelle abitazioni agricole non mancava il pagliaio, sa domu de palla.       (…) Il magazzino per le botti, (su magasinu ‘e su binu) e per le derrate solitamente era sistemato nella prima parte dell’ingresso della casa, dopo su procciu, che con le stanze, racchiudeva sa pratza.”

 


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